Counseling relazionale a Forlì in Emilia-Romagna

Counseling relazionale a Forlì in Emilia-Romagna

Una possibile definizione

Prima di spiegare che cos'è il counseling, diciamo subito cosa non è. Le definizioni fornite dai dizionari inglesi non sono di nessun aiuto, perchè tendono a enfatizzare il significato di "consiglio" e "consulenza". Ma il counseling non è affatto l'arte di dare consigli, quanto piuttosto una relazione di aiuto. Nelle parole di Carl Rogers, che di questo approccio è stato la principale figura storica di riferimento, il counseling è:

una relazione in cui almeno uno dei protagonisti ha lo scopo di promuovere nell'altro la crescita, lo sviluppo, la maturità e il raggiungimento di un modo di agire più adeguato e integrato. L'altro, in questo senso, può essere un individuo o un gruppo. In altre parole, una relazione di "aiuto" potrebbe essere definita come una situazione in cui uno dei partecipanti cerca di favorire, in una o in ambedue le parti, una valorizzazione maggiore delle risorse personali del soggetto e una maggiore possibilità di espressione.

In particolare, il counseling è una relazione di aiuto il cui obiettivo è offrire sostegno a chi si trova in una fase di difficoltà o disagio, accompagnandolo verso la soluzione della crisi. Il counselor mette a disposizione del cliente il proprio aiuto e la propria competenza soltanto per il tempo necessario a risolvere il problema che il cliente stesso ha identificato e "portato" in occasione del primo incontro: per esempio un passaggio esistenziale, come l'adolescenza o la menopausa, oppure un trauma, come un lutto, un abbandono, una perdita o una separazione, o ancora una scelta difficile, professionale o personale. E' chiaro che dietro a ogni problema c'è il modo in cui la persona lo percepisce e lo vive, e questo a sua volta dipende da come di solito essa affronta le difficoltà della vita. Tuttavia, in un processo di counseling, una volta raggiunto l'obiettivo la relazione di aiuto si interrompe. Per il counselor, il cliente è una persona sana che, semplicemente, sta attraversando un momento difficile.

Passaggi senza riti

Ciò che induce una persona a chiedere aiuto è la percezione, più o meno chiara, di uno stato di crisi e, al tempo stesso, della propria incapacità di porvi rimedio basandosi esclusivamente sui propri mezzi. Come spiega l'analista bioenergetico Attilio Gardino, si possono individuare due tipi di crisi: le crisi evolutive e quelle accidentali. Le prime corrispondono a specifici passaggi esistenziali: la nascita (dalla vita intrauterina a quella extrauterina), l'adolescenza (dall'infanzia all'età adulta), la terza età (dall'età adulta alla vecchiaia), la vecchiaia (dalla vita alla morte). Le crisi evolutive sono comuni a tutti gli esseri umani e il momento del loro manifestarsi è prevedibile. Anche le crisi accidentali coinvolgono tutti gli esseri umani, però non si può sapere in anticipo quando si verificheranno: può trattarsi di una perdita, un lutto, un trauma, una separazione, una malattia. Nella storia dell'uomo, tanto le crisi evolutive quanto quelle accidentali sono state tradizionalmente affrontate attraverso la loro ritualizzazione. Il rito è uno strumento sociale che consente di dare riconoscimento, e al tempo stesso consolazione e sostegno collettivo, a chi si trova ad affrontare una fase di cambiamento. Inoltre i riti, per loro natura, sono governati da regole molto precise, che costituiscono una sorta di percorso obbligato entro i cui canoni e confini le persone, magari forzando se stesse, sono costrette a mantenersi. Questo, dando contenimento e significato al processo, lo semplifica. Leggiamo, per sempio, di un rito funebre in uso presso la popolazione siberica degli Ostiaki:

...si sgombra la casa di tutto ciò che vi si trova, a eccezione degli utensili del defunto; questi viene vestito e messo in una piccola imbarcazione; uno sciamano gli chiede per quale motivo è morto; viene poi condotto al luogo della sepoltura del suo clan; si deposita l'imbarcazione sulla terra gelata, con i piedi del morto rivolti verso il nord, e tutto intorno si dispone ciò di cui il defunto avrà bisogno nell'altro mondo; sul posto si svolge poi un pranzo d'addio, al quale si ritiene che partecipi lo stesso defunto, e ci si congeda. Le donne imparentate con il morto fanno un pupazzo che gli rassomigli, lo lavano, lo vestono, gli danno da mangiare ogni giorno per due anni e mezzo se il morto era un uomo, due anni se era una donna, poi lo si porta alla tomba. I defunti, percorrendo una strada lunga e tortuosa, se ne vanno verso il nord, dove si trova il paese dei morti, in cui è buio e freddo; la durata del viaggio sembra coincidere con la durata della conservazione del pupazzo.
 

Questo rito è interessante perchè esemplifica in modo molto chiaro, attraverso le cure dedicate al pupazzo, la ritualizzazione del processo: il tempo di elaborazione del lutto corrisponde al tempo che occorre al morto per raggiungere il suo domicilio definitivo, cosicchè ai vivi vengono forniti un dove, un come, un quando e anche un perchè. Ed è proprio questo il punto: nella civiltà occidentale contemporanea che ha perduto, abolito o sclerotizzato, minandone alla base il potere taumaturgico, la grande maggioranza dei propri riti, le persone sono lasciate sole con se stesse ad affrontare anche le crisi più profonde. Non solo: come sottolinea Attilio Gardino, la situazione è aggravata dal fatto che oggi la vita reale, con il suo necessario corredo di momenti difficili, è stata bandita dall'immaginario collettivo, e sostituita dall'immagine patinata di un' esistenza illusoria, dove non c'è posto per il dolore, la malattia o il lutto. In questo contesto, gli eventi di passaggio perdono quell'aspetto di prevedibilità che per secoli li aveva resi gestibili attraverso il rito, e assumono invece le colpevoli sembianze della patologia. Dunque non ci sono più noti e rassicuranti percorsi canonizzati che conducano dalla condizione A alla condizione B: semplicemente finisce la situazione A e il passaggio verso B deve essere gestito individualmente, rischiando di trasformarsi in un "perchè?" persecutorio e senza risposta, in una perdita di senso e direzione. Se non sentiamo dentro qual è la direzione, e comunque questa non ha il sostegno della società, siamo in una sorta di deserto senza stelle e senza bussola. Questo vuoto di senso è lo spazio del counseling, in cui il professionista diventa il compagno di viaggio esperto che ha gli strumenti necessari per orientarsi - la bussola o la capacità di leggere le stelle - e attraversare il deserto. Non una persona che decida per me quale è la direzione, ma qualcuno che mi dica: "Vogliamo andare verso la foresta? La foresta è da quella parte, ti accompagno io". Dunque una persona che mi aiuti a dare un senso al mio cammino, e a riprendere contatto con i miei significanti animici: la pianta che mi dà l'ombra, il ruscello che mi fornisce l'acqua, il ruggito che mi indica di scappare, la gazzella da inseguire perchè significa cibo. Nel romanzo di Michael Ende "La storia infinita" c'è un personaggio che si trova al buio e, pur non sapendo se ci sia qualcuno che lo ascolti, chiede a voce alta: "Dove sono?". E una voce gli risponde: "Sei con me". Due è molto più di uno. Nel suo libro "Il contrario di uno" Erri De Luca sostiene che il contrario di uno non è meno uno, ma due, perchè due è alleanza, è il "filo doppio" che ha il potere di far emergere un significato diverso dalle cose. Anche di trasformare la crisi in un momento di evoluzione personale. Non a caso, la parola cinese che significa crisi è composta da due ideogrammi: il primo, wei, significa "problema", il secondo, ji, significa "opportunità".

Tratto dal Libro "Counseling una nuova prospettiva" di Luciano Marchino e Monique Mizrahil.

 

 

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